La Storia

Un ristorante di famiglia

Il Ristorante Alla Cappa d’Oro di Stanghella è un punto di riferimento per l’alta cucina in Veneto.

Da più di mezzo secolo, Roberto Brigato e la moglie hanno portano avanti il ristorante nato per volontà del padre. La storia de Alla Cappa d’Oro si abbraccia alla passione di questa famiglia. Il locale, ricavato all’interno di un’antica casa rurale ristrutturata, nasce oltre sessant'anni fa e diventa una frequentatissima trattoria lungo la famosa strada “Rovigana”. Sotto il vecchio nome “Da Menache” (soprannome della famiglia Brigato), il ristorante offriva i grandi piatti della tradizione veneta: trippe, musetto e baccalà. Con la gestione di Roberto è diventato “Alla Cappa d’Oro” e si è specializzato in cucina marinara: pesci di mare e di acqua dolce vengono preparati sapientemente, deliziando i palati di tutti gli ospiti.

Alla Cappa d’Oro è un nome che dal 1953 anni è sinonimo di qualità e gusto, negli ingredienti e nelle materie prime. Degustare i nostri piatti è un appuntamento con la storia degli ultimi ottant’anni della ristorazione del Basso Veneto: un piacere che va goduto con animo e palato. Il protagonista della nostra cucina è il pesce. Grazie alla nostra esperienza, che deriva da una lunga tradizione familiare, ti offriamo ogni giorno pietanze di pesce, all’interno di un ambiente elegante e raffinato. Il ristorante conta 90 posti interni, è arredato con gusto ed è il posto migliore per una cena galante, una serata con gli amici caratterizzata da buon cibo e buon vino, o un pranzo di lavoro. La storia del ristorante di pesce Alla Cappa d’Oro è anche la storia del suo rinomato risotto: una ricetta di famiglia, tramandata da generazioni e famosa in tutta la nostra regione. Capesante, calamari, scampi e seppie sono ingredienti di stagione sapientemente preparati per deliziare i nostri ospiti.

Regalati un’esperienza che non dimenticherai e prenota ora il tuo tavolo

In ricordo di Roberto Brigato

Roberto sapeva guardarla in faccia la vita. Come ha saputo guardare in faccia la malattia. Ne aveva paura, ma allo stesso tempo la sfidava apertamente. Con quella schiettezza, quell’ironia e quel suo spirito un po’ spavaldo e un po’ guascone che tutti noi abbiamo ben conosciuto. Come il suo smisurato cuore, la sua umiltà e la sua modestia. Roberto (che all’anagrafe comparisse il nome Paolo pochi sapevano) era un uomo senza mezze misure. Franco e sincero persino quando esagerava, sapendo di esagerare. Severo e brontolone quando non gli andava bene qualcosa. Ma sempre schietto e pronto a riconoscere anche i meriti dei suoi collaboratori.

Ciao Roberto - EGnews.it

Gli abbiamo voluto bene così com’era, perché in ogni suo gesto si coglieva la sua passione. Il suo amore per la vita, sebbene questa gli avesse teso più di un’imboscata, indebolendo ogni volta di più il suo spirito. Ciò nonostante Roberto ha sempre avuto la forza di rialzarsi, anche quando gli è costato grandi sforzi. Anche quando sarebbe stato più facile arrendersi. Aveva un rispetto sacro dell’amicizia, vivendola come un valore assoluto. Tanto da irritarsi davanti a qualche sgarbo. Ma gli passava subito. Lo sapevano tutti che era un uomo buono e generoso oltre ogni misura. Uno che non vedeva l’ora di aprire il cuore agli amici, come apriva a loro volentieri anche la sua casa per feste indimenticabili. Con Marilena e Marco che hanno sempre condiviso questa sua propensione all’altro… Un buon esempio di famiglia anche per il nipotino Enea.
Quando era in vena trascinava gli amici in serate senza fine. “Dai, sali in macchina… andiamo qua vicino a prendere una birra. E poi finivi per ritrovarti a Modena in una serata di nebbia. Protestavi e lui si divertiva, perché lo scherzo era riuscito”. E poi c’era la compagnia del briscolone: appena spente le braci si accendeva la passione per le carte, preludio a ore piccole.

Roberto provava ammirazione per chi aveva saputo raggiungere dei traguardi nella vita, nella cultura e nella professione, dimenticando però, puntualmente, che lui stesso era un grande esempio di traguardi raggiunti. Con modestia, perseveranza, sacrificio... Roberto sapeva concedersi anche qualche premio ogni tanto, ma era sempre molto poco rispetto a quello che avrebbe meritato. Perché il suo posto era il ristorante. Era il suo lavoro, portato avanti con impegno, coraggio e ostinazione. Dando lustro allo storico locale ereditato da papà Gino e da mamma Maria. Locale, la “Cappa d’oro”, che Roberto aveva tirato su coinvolgendo tutta la famiglia. Con quel suo spirito di condivisione che è stato un tratto saliente della sua vita.
Il suo ristorante è stato un punto di riferimento per generazioni di amanti della buona cucina, perché ciascuno oltre al buon pesce vi ha sempre trovato semplicità, umanità e accoglienza. Valori che anche i suoi dipendenti Luca (figura storica della “Cappa d’oro”) e Irene hanno saputo e sanno trasmettere. Come prima di loro avevano fatto per tanti anni la sorella Isabella e Gianni.
Ci mancherai un sacco Roberto, anzi di più. Se l’eco della tua scomparsa si è diffusa in un baleno, anche ben oltre i confini regionali, è perché in tanti ti hanno voluto bene e hanno saputo cogliere la grandezza del tuo cuore. E hanno sperato che il tuo lungo calvario alla fine avesse avuto altro esito… Il destino ha voluto diversamente, ma per tutti noi “La Cappa d’oro” rimarrà il buon rifugio di sempre e quando vi entreremo ci sembrerà di vederti ancora là, davanti al camino, chino sulle griglie. Preoccupato soprattutto di farci star bene. Stanco, ma soddisfatto del tuo lavoro. Ricordi quando Giovanni Rana ti portava due pullman di dipendenti a cena? Oppure quando qualche amico di nostra conoscenza, a ristorante strapieno, si accontentava di stare al banco pur di assaggiare un piatto al volo? E quanti incontri a sorpresa alla “Cappa d’oro”… Quanti.
Ora goditi la nostra gratitudine e il nostro affetto Roberto, perché ci hai dato tanto… Grazie di cuore! E stai certo che il 6 settembre mi ricorderò anche quest’anno del tuo compleanno… Ti piaceva tanto questa cosa. “Te sì uno dei pochi che se ne ricorda”, mi dicevi ogni volta. E magari poco prima mi avevi bonariamente apostrofato perché commentavo con entusiasmo i tuoi piatti,dimenticando o dando poca luce a quella tua cantina di cui eri tanto orgoglioso… Eri così, attento a tutto, sensibile. Ci piaceva anche il tuo spirito critico. E’ stato bello e stimolante esserti amico, perché ci hai insegnato tante cose…
Adesso che sei lassù sono certo che appena si spargerà la voce fra gli angeli troverai tanti nuovi commensali e ti toccherà preparare le tavole persino sopra le nuvole… Sai che bello! Mi raccomando, pesce dell’Adriatico e mitili delle nostre lagune anche là… Perché anche gli angeli hanno il palato fine.